maiella abruzzo

Itinerario Maiella Madre

24 Aprile 2026
parco nazionale d'abruzzo

Alla scoperta del Parco Nazionale d’Abruzzo

29 Aprile 2026

Terre del Tratturo Magno

C’è un momento, sulla SS17bis che sale verso Campo Imperatore, in cui il bosco finisce di colpo. Un tornante, e poi basta: davanti a te si apre un altopiano enorme, verde, silenzioso, che non sembra Italia. E se sei lì a giugno, o ai primi di luglio, puoi vederle — le pecore. Centinaia di pecore che pascolano sull’erba corta, accompagnate da pastori con il bastone e da cani bianchi enormi che ti fissano senza muoversi. Non è un’attrazione turistica. È un mestiere che va avanti, più o meno uguale, da duemila anni.

Quello che stai guardando si chiama transumanza — e questo itinerario ne segue le tracce per 95 chilometri, scendendo dal tetto dell’Appennino fino alla piana di Capestrano, passando per borghi di pietra che esistono solo perché di qui passavano le greggi. Il Regio Tratturo L’Aquila-Foggia è il più lungo d’Italia: 244 chilometri di strada d’erba larga 111 metri, percorsa ogni anno per secoli da milioni di pecore verso i pascoli invernali del Tavoliere delle Puglie e poi di ritorno. Nel 2019 l’UNESCO ha riconosciuto la transumanza come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Ma qui la praticavano molto prima che qualcuno pensasse di darle un nome.

Otto tappe, tre-quattro giorni, tre Presìdi Slow Food — il canestrato di Castel del Monte, la lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, lo zafferano dell’Aquila DOP. Tre Borghi più belli d’Italia. Un guerriero di pietra di 2.600 anni fa che aspetta alla fine del percorso per chiudere il cerchio. E, se sei fortunato con i tempi, la possibilità di camminare un giorno intero con le pecore sul tratturo, in compagnia di un pastore che fa quel mestiere da tutta la vita. Non aspettarti un tour dei borghi medievali come tanti altri. Il filo conduttore qui è uno solo: le pecore. Tutto il resto — le torri di avvistamento, le chiese in aperta campagna, i formaggi, le streghe, i campi viola di zafferano — si spiega da lì.

Preparati a partire. Si sale.

che è stata.

Si parte.

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Dove passavano le pecore: il Tratturo Magno in otto borghi

C'è una strada, in Abruzzo, che non trovi sulle mappe moderne. È larga esattamente 111 metri, cammina per 244 chilometri da L'Aquila fino a Foggia, ed è fatta d'erba. Si chiama Tratturo Magno, ed è il più lungo dei cinque regi tratturi d'Italia. Per oltre sette secoli, ogni anno, l'hanno percorsa milioni di pecore — al primo freddo d'autunno scendevano verso il Tavoliere delle Puglie, ai primi caldi di giugno risalivano in Abruzzo. Questo rituale millenario si chiama transumanza, e nel 2019 l'UNESCO l'ha iscritta nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità.

Oggi le pecore sono poche — a fine Ottocento ne passavano qui due milioni e mezzo — ma il tratturo c'è ancora. A tratti è diventato asfalto, a tratti è erba, a tratti è sentiero. Ma ci sono borghi, architetture, formaggi, legumi, feste, parole dialettali che esistono solo perché di qui passavano le greggi. Questo itinerario segue il tratto abruzzese del Tratturo Magno tra il Gran Sasso e la piana di Capestrano, toccando cinque borghi di pietra che sono stati stazioni di questa autostrada antica: Santo Stefano di Sessanio, Calascio, Castelvecchio Calvisio, Castel del Monte, Navelli. Tre sono tra i Borghi più belli d'Italia. Tre custodiscono altrettanti Presìdi Slow Food — il canestrato, la lenticchia, lo zafferano. Tutti e cinque raccontano la stessa storia: quella di un Abruzzo che è sopravvissuto grazie alle pecore, e che oggi sopravvive raccontandolo bene.

Non aspettarti un tour dei borghi medievali come tanti altri. Qui il filo conduttore è diverso: cammini dove camminavano i pastori, mangi quello che mangiavano loro, entri nelle stesse chiese dove si fermavano a pregare. Parti da Campo Imperatore — il pascolo estivo per eccellenza, il Piccolo Tibet dove ancora oggi a giugno salgono le greggi — e scendi gradualmente, seguendo il tratturo, fino al confine molisano, dove un guerriero di pietra di 2.600 anni fa ti aspetta per chiudere il cerchio.

È un viaggio di tre-quattro giorni, circa 95 chilometri, meglio se fatto tra giugno e settembre — a luglio ancora meglio, quando le greggi sono in quota e il paesaggio è al suo massimo. Dislivello importante: si passa dai 2.130 metri di Campo Imperatore ai 380 metri di Capestrano. Si guida poco e si cammina molto. Si mangia seriamente. Si dorme in alberghi diffusi che un tempo erano case di pastori. E, soprattutto, si capisce — finalmente — cosa voleva dire davvero "transumare".

Informazioni generali itinerario

  • Distanza totale: circa 95 km

  • Durata consigliata: 3-4 giorni

  • Strada: SS17bis, SP7bis, SP8, SP38, SS17

  • Periodo consigliato: da giugno a settembre

  • Mezzo: auto + camminate

  • Tappe: 8

    Sulla strada: salendo dalla SS17bis

    Si parte dall'uscita autostradale di Assergi (A24 Roma-Teramo). Dopo pochi minuti, in località Fonte Cerreto (1.150 m), la strada si biforca: da un lato la funivia del Gran Sasso, dall'altro la SS17bis che si inerpica per 22 chilometri di tornanti fino all'altopiano. Consigliamo la seconda — la funivia ti porta solo al rifugio Duca degli Abruzzi, ma tu devi vedere Campo Imperatore intero, e per farlo serve l'auto.

    La salita è una delle strade panoramiche più spettacolari d'Abruzzo. Si attraversano faggete fitte, si scollina al Valico di Fonte Cerreto, poi il bosco si dirada di colpo e — boom — l'altopiano esplode davanti, enorme, verde, silenzioso. Sei a 1.800 metri, e per i successivi 30 chilometri non vedrai un solo albero. Solo erba, pietre, montagne. E, con un po' di fortuna, pecore.

    L'altopiano che sembra il Tibet

    Campo Imperatore è il più vasto altopiano dell'Appennino: 18 km di lunghezza, 8 di larghezza, circa 75 km² a una quota che varia tra i 1.460 e i 2.130 metri. Fu l'alpinista Fosco Maraini — lo stesso che scalò il K2 — a battezzarlo Piccolo Tibet, perché gli ricordava la valle di Phari Dzong vista durante le sue spedizioni himalayane. Il soprannome è rimasto, e quando sei qui capisci perché: la luce, il silenzio, la curvatura dell'orizzonte hanno qualcosa di tibetano, o forse mongolo, o forse semplicemente altro — non assomiglia a nessun altro posto in Italia.

    Ma Campo Imperatore non è solo un paesaggio. È il pascolo estivo per eccellenza dell'intero sistema della transumanza italiana. Qui convergevano, da secoli, le greggi dei borghi circostanti — Castel del Monte, Calascio, Santo Stefano di Sessanio, Castelvecchio Calvisio — e le pecore ci restavano tutta l'estate, dalla festa di San Giovanni (24 giugno) a fine luglio, prima di intraprendere il lungo viaggio verso il Tavoliere delle Puglie attraverso il Tratturo Magno. Un cronista del Cinquecento, Francesco De Marchi, scrisse che a vedere le tende dei pastori la sera, coi fuochi accesi, "par esser uno esercito grossissimo". Parliamo di settantamila pecore solo qui, e di fine Ottocento ne transumavano due milioni e mezzo in tutto l'Abruzzo.

    Oggi i numeri sono molto più modesti — la transumanza orizzontale è scomparsa — ma la transumanza verticale resiste: ogni giugno, le greggi dei borghi della zona salgono ancora a Campo Imperatore per l'estate. Se arrivi tra fine giugno e luglio, con un po' di pazienza e occhi aperti, puoi ancora vederle.

    Fonte Vetica: la tragedia che nessuno racconta

    Cammina verso sud-est, lungo la SS17bis, e a 1.634 metri di quota raggiungi Fonte Vetica. È una zona leggermente diversa dal resto dell'altopiano: qui, grazie a un rimboschimento novecentesco, c'è addirittura un bosco (faggio, abete, larice, pino). Ed è il posto giusto per fermarsi a mangiare, perché c'è il Ristoro Mucciante — di cui parleremo subito — ma prima c'è una cosa che devi vedere, ed è a venti metri dal parcheggio.

    Un monumento di pietra, due figure scolpite, un cane. È la statua dedicata a Pupo Nunzio di Roio, un pastore morto qui il 18 ottobre 1919 insieme ai suoi due figli piccoli (Idolo, 12 anni, e Alfredo, 11) e a cinquemila pecore del suo gregge. Una tempesta di neve anticipata, arrivata in ottobre quando nessuno se l'aspettava, li travolse. La moglie Ersilia — nata a Capestrano, curiosa coincidenza con l'ultima tappa del nostro itinerario — uscì a cercarli e morì anche lei. La scultura è opera di Vicentino Michetti.

    Non è un dettaglio pittoresco. È la verità nuda della transumanza: la vita del pastore non era bucolica, era un mestiere di freddo, di fame, di decisioni sbagliate pagate con la vita. Cinque minuti davanti a questa pietra cambiano il modo in cui guarderai tutto il resto del viaggio.

    Ristoro Mucciante: gli arrosticini più famosi d'Abruzzo

    A pochi metri dal monumento, il Ristoro Mucciante è un'istituzione. Funziona così: entri, prendi un numero, aspetti. Quando ti chiamano, compri la carne (arrosticini, salsicce, pancetta) pane, formaggio, vino o birra. Poi esci, cerchi un posto libero a uno dei grandi barbecue in comune, e cuoci tu. All'aperto, a 1.600 metri, con il Gran Sasso davanti. Gli arrosticini costano circa 1 euro l'uno, sono di pecora abruzzese vera, il servizio è ridotto all'osso — e proprio per questo funziona. Nei weekend d'estate si aspetta 30-40 minuti per ordinare; vacci nei feriali se puoi, o presto al mattino. Porta contanti. Porta un cappello: ombra ce n'è poca.

    Il Lago Pietranzoni

    Tornando verso nord-ovest, vale la deviazione al Lago di Pietranzoni, uno dei dieci laghetti semicircolari dell'altopiano la cui origine — meteoritica, meteorica, antropica? — gli studiosi ancora discutono. Non aspettarti un lago alpino: è piccolo, poco profondo, più una pozza che una piscina. Ma la cornice — con il Corno Grande (2.912 m) sullo sfondo — è una delle inquadrature più famose del Gran Sasso, e a giugno-luglio puoi vedere qui le greggi che si abbeverano. Spot fotografico perfetto all'alba o al tramonto.

    Dall'altra parte dell'altopiano, a 2.130 metri di quota, c'è l'Hotel Campo Imperatore, il grande edificio razionalista degli anni Trenta. Nel settembre 1943 fu la prigione di Benito Mussolini per pochi giorni, prima del celebre raid dei paracadutisti tedeschi del maggiore Mors che lo liberò. Oggi è un hotel ancora funzionante, con bar e un piccolo Museo Mussolini al piano terra. Poco sopra c'è la chiesa della Madonna della Neve, consacrata da Giovanni Paolo II il 20 giugno 1993: è la chiesa più alta d'Italia ufficialmente consacrata.

    Sulla strada: scendendo da Campo Imperatore

    Da Campo Imperatore a Santo Stefano di Sessanio sono appena 12 chilometri, ma sono forse i più belli dell'intero itinerario. Si scende dalla SS17bis verso sud-ovest, si scollina al Valico di Capo di Serre (1.617 m), e poi — eccolo, all'improvviso — il borgo appare in basso, incastonato tra le montagne come una miniatura di pietra bianca. È una delle inquadrature più fotografate dell'Abruzzo, e quando la vedi dal vivo capisci perché: il paese sembra davvero "appollaiato", a nido d'aquila, con la torre cilindrica che svetta al centro come un pezzo di scacchi gigante.

    Sotto il paese, a nord, si apre una piccola piana con un laghetto alimentato dallo scioglimento delle nevi — è lì che si coltivano le lenticchie, tra i 1.200 e i 1.450 metri. Se arrivi tra fine giugno e luglio, i campi sono in fiore (piccoli fiori bianchi e violetti), e la vista dall'alto è una tavolozza.

    Un borgo di 102 abitanti e un'idea che ha cambiato l'Italia

    Santo Stefano di Sessanio è uno dei comuni più piccoli dell'Abruzzo: 102 abitanti residenti, un numero che si gonfia a centinaia solo nei mesi estivi. A 1.251 metri di quota, sul versante meridionale del Gran Sasso, è un borgo interamente costruito in pietra calcarea bianca, le cui coperture sono tutte in coppi — quell'uniformità materica lo rende unico, visto dall'alto della torre: un organismo unico, compatto, senza dissonanze. È tra i Borghi più belli d'Italia dal 2005, e parte della Baronia di Carapelle, l'antico distretto feudale di cui faceva il centro principale.

    La storia del borgo è la storia della transumanza e della lana. Già il nome tradisce l'antichità: Sextantio in latino significa "a sei miglia" — esattamente la distanza dall'antica città romana di Peltuinum, che incontrerai nella piana di Navelli (Tappa 7). La strada romana che collegava le due località, la via Claudia Nova, ricalcava il Tratturo Magno, e Santo Stefano nacque proprio come controllo strategico di quel passaggio.

    Ma il momento d'oro arriva nel 1579, quando Costanza Piccolomini cede la Baronia di Carapelle a Francesco I de' Medici, granduca di Toscana. Per oltre 160 anni — fino al 1743 — Santo Stefano diventa un avamposto della Signoria di Firenze in Abruzzo. Perché? Per la lana carfagna: una lana nera, grezza, prodotta dalle pecore abruzzesi, che veniva spedita a Firenze, lavorata e rivenduta in tutta Europa come tessuto per divise militari e sai dei monaci.

    La Torre Medicea: sentinella di pecore

    Al centro del borgo svetta la Torre Medicea. Alta circa 20 metri, cilindrica, con merlatura e caditoie, è il simbolo del paese. A cosa serviva? Non era una torre di difesa nel senso classico. Era una torre d'avvistamento specializzata: serviva per controllare i traffici sul Tratturo Magno che passava a poche centinaia di metri più in basso, e per avvistare in tempo i predoni e i ladri di pecore che, nei secoli dei grandi flussi di greggi, rappresentavano la principale minaccia economica per il borgo. Comunicava otticamente con altre tre torri gemelle — quelle di Rocca Calascio, Castel del Monte, Castelvecchio Calvisio — formando una rete di sorveglianza pastorale unica in Italia.

    Il 6 aprile 2009 il terremoto dell'Aquila fece crollare la torre quasi interamente. La ricostruzione, seguita rigorosamente con pietra originale e tecniche tradizionali, si è conclusa nel 2021. Oggi la torre è visitabile con guida (offerta libera). Dalla sommità si apre un panorama a 360° che abbraccia Campo Imperatore a nord, la valle del Tirino a est, la piana di Navelli a sud, e il massiccio del Sirente-Velino a ovest.

    Kihlgren e l'albergo che ha reinventato il paese

    Negli anni Novanta, Santo Stefano era quasi morto. La fine della transumanza, il dopoguerra, l'emigrazione verso Francia, Germania, Canada: da 1.500 abitanti di inizio Novecento si era passati a poche decine. Le case cadevano a pezzi.

    Poi, nel 1994, arriva qui in moto un giovane milanese di origini svedesi, erede di una famiglia di industriali: Daniele Kihlgren. Si innamora del paese, e in pochi anni compra una ventina di case disabitate. La sua idea, allora rivoluzionaria: restaurarle senza "rifarle". "Sviluppo senza costruzione" — è il suo motto. Niente piscine in rame, niente finiture moderne, niente scenografia finta medievale. Lasciare ogni intonaco come il tempo l'ha lasciato, conservare le tracce dei secoli, usare solo materiali originari, arredi poveri abruzzesi, candele invece di lampade.

    Nasce così Sextantio Albergo Diffuso: 30 camere distribuite in case diverse del borgo, tutte legate a un'estetica del vissuto che ha fatto scuola. L'effetto sul borgo è stato straordinario: oggi Sextantio impiega circa 40 giovani del territorio, e sull'onda del suo esempio sono nate altre locande, botteghe, b&b, enoteche. Il paese è rinato.

    La lenticchia di Santo Stefano

    Sotto il borgo, a nord, nei terreni aridi tra i 1.200 e i 1.450 metri, si coltiva — da almeno mille anni — una varietà di lenticchia piccolissima, marrone scuro con striature violacee, dalla buccia rugosa e dal sapore intenso. È la lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, Presidio Slow Food e una delle perle della gastronomia abruzzese.

    Caratteristiche: cuoce in circa 20 minuti, non serve ammollarla, regge la stagionatura per anni senza perdere sapore. La produzione è rara — poche decine di quintali l'anno, tutta biologica. Il prezzo: 15-20 euro al chilo. Ogni prima domenica di settembre si tiene la Sagra delle Lenticchie — tradizione dal 1974.

    Sulla strada: dal tratturo, a piedi o in auto

    Da Santo Stefano di Sessanio a Rocca Calascio ci sono due modi per arrivare, ed entrambi raccontano qualcosa.

    Il primo è camminare, come facevano i pastori: dal borgo di Santo Stefano parte un sentiero ben segnato che ricalca un tratto del Tratturo Magno. Circa 5 chilometri di cammino facile, 1h 30min di passo tranquillo, dislivello di circa 200 metri. Si attraversa prateria alpina aperta, si vedono resti di stazzi in pietra a secco dove i pastori sostavano con le greggi, e la Rocca appare in lontananza quasi subito, crescendo piano piano sull'orizzonte.

    Il secondo è in auto, da Santo Stefano lungo la SP7bis verso sud, poi SP8 verso Calascio: circa 10 km, 15 minuti. Dalla piazza di Calascio si segue la strada sterrata ma asfaltata che sale per circa 3 km fino ai parcheggi sotto la rocca.

    Attenzione al parcheggio: la strada per la rocca è stretta, a una corsia. Ci sono tre parcheggi scaglionati lungo la salita: quello più basso è il più grande, quello più alto ha pochissimi posti e si riempie entro le 9 del mattino nei weekend estivi.

    La rocca più alta dell'Appennino

    Rocca Calascio è il castello a quota più alta d'Italia tra quelli ben conservati: 1.460 metri secondo il Parco del Gran Sasso. La prima documentazione scritta risale al 1380, ma il mastio centrale — la torre quadrata al centro della fortezza — è molto più antico: alcuni studiosi ipotizzano addirittura un'origine romana.

    La fondazione "ufficiale" viene fatta risalire a Ruggero II d'Altavilla, il re normanno. La forma attuale — il mastio quadrato centrale circondato da una cinta muraria con quattro torri cilindriche angolari — è il risultato di un intervento successivo, commissionato nel 1480 da Antonio Piccolomini Todeschini, nipote di papa Pio II. Le quattro torri cilindriche sono pensate proprio per far rimbalzare i proiettili delle nuove armi da fuoco.

    Tutta costruita in pietra bianca calcarea locale, a conci perfettamente squadrati, la rocca oggi appare come se fosse nata dalla montagna stessa. Il National Geographic l'ha inserita tra i 15 castelli più belli al mondo.

    La sentinella delle pecore

    Per capire perché Rocca Calascio è qui — e non da un'altra parte — devi dimenticare la guerra e pensare alle pecore.

    La rocca è posta in posizione baricentrica tra tre aree cruciali: l'altopiano di Campo Imperatore a nord (il pascolo estivo della Tappa 1), la valle del Tirino a sud-est, e la piana di Navelli a sud-ovest (dove passa proprio il Tratturo Magno). Dal suo crinale controlla contemporaneamente tutti e tre questi territori.

    L'economia della Baronia di Carapelle si basava quasi esclusivamente sulla transumanza, e Rocca Calascio era la torre di controllo di quel sistema economico. E comunicava otticamente — con le torce di notte, con gli specchi di giorno — con le sue torri sorelle: Santo Stefano di Sessanio, Castel del Monte, Castelvecchio Calvisio. Quattro punti luminosi collegati tra loro, secoli prima dei telegrafi.

    Il terremoto del 1703 e il salvataggio del cinema

    Nel 1703 un terremoto devastante rase quasi completamente al suolo sia il castello sia il paese sottostante. Gli abitanti si trasferirono più a valle, dando origine al paese attuale di Calascio (Tappa 4). Nel 1957 il borgo antico era completamente disabitato.

    Il castello è rimasto abbandonato per oltre due secoli. Poi, negli anni Ottanta del Novecento, è arrivato il cinema. Nel 1982 Mario Monicelli ci gira alcune scene di Amici miei — Atto II. Ma la svolta arriva nel 1985, quando Richard Donner sceglie la rocca come set per Ladyhawke (con Matthew Broderick, Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer). Per il film, furono aggiunte temporaneamente delle corone in vetroresina sulle torri cilindriche. L'anno dopo, nel 1986, Jean-Jacques Annaud gira nella zona scene di Il nome della rosa.

    Hollywood ha continuato a tornare: The American con George Clooney (2010), Padre Pio, La piovra 7. Il cinema ha letteralmente salvato la rocca: i finanziamenti derivati dai set hanno permesso tra il 1986 e il 1989 il primo grande intervento di consolidamento. Oggi entrare nella rocca è gratuito.

    Santa Maria della Pietà: la chiesa dei briganti sconfitti

    Poco sotto la rocca, sul sentiero che porta verso Santo Stefano, si incontra una piccola chiesa ottagonale: Santa Maria della Pietà, eretta nel 1596. La leggenda locale racconta che fu costruita nel luogo esatto in cui gli abitanti di Rocca Calascio respinsero e sconfissero una banda di briganti che aveva tentato di assaltare il paese e razziare le greggi.

    È una leggenda rivelatrice. I briganti erano la vera minaccia economica dei borghi della transumanza: rubare un gregge significava distruggere l'economia di una famiglia intera. La tua torre serviva a vederli arrivare; la tua cappella serviva a ringraziare Dio quando li avevi battuti.

    La chiesa ha una pianta ottagonale originale con cupola a otto spicchi, un dettaglio architettonico raro per un edificio di montagna. È visitabile esternamente sempre; per l'interno, gli orari sono sporadici.

    Perché fermarsi qui (quando tutti passano oltre)

    La tentazione è fortissima: arrivi a Rocca Calascio, scatti cento foto, mangi da Clara, e riparti verso Castelvecchio Calvisio o Castel del Monte. Calascio — il borgo vero, quello "a valle", quello dove vive la gente — lo bypassi senza accorgertene. È quello che fa il 95% dei turisti. Ed è un errore.

    Calascio è il borgo del dopo. Quello nato dal trauma del 1703, quando il terremoto cancellò il castello e il paese in quota e costrinse i superstiti a scendere di 200 metri, a ricostruire in un posto più sicuro. È il paese dove la transumanza continuò a vivere anche quando la fortezza in alto era già una rovina. Ha un'atmosfera che nessuna cartolina turistica può catturare: silenzio vero, senza code di visitatori, con i pochi abitanti (oggi 127) che salutano dalla soglia.

    Calascio è parte di Borghi Autentici d'Italia — un circuito che premia proprio il fatto di essere "vivi", non musealizzati.

    La storia in numeri: 2.000 abitanti nel 1860, 127 oggi

    Nel 1860 — all'apice della transumanza prima dell'unità d'Italia — il comune contava circa 1.900-2.000 abitanti. Era un paese operoso, con una grande comunità di pastori e lanaioli, con produzione di lana carapellese venduta a L'Aquila e Firenze. Oggi gli abitanti residenti sono 127.

    La causa dello spopolamento è la stessa di tutti i borghi dell'itinerario: la fine della transumanza dopo l'unità d'Italia. Quando nel 1865 il nuovo Regno d'Italia privatizzò e mise a coltura i terreni del Tavoliere delle Puglie, la Regia Dogana delle Pecore di Foggia venne di fatto smantellata. Senza più pascoli in Puglia per l'inverno, le greggi abruzzesi non potevano più riprodurre il ciclo millenario.

    Da lì, l'emigrazione a catena: Stati Uniti, Canada, Argentina, le città industriali del Nord. Intere famiglie se ne andarono.

    La casa-torre: l'architettura dei pastori

    Passeggia nei vicoli del centro storico e noterai una cosa strana: le case sono strette, ma alte. A volte cinque o sei piani. Si chiama casa-torre ed è la tipologia residenziale unica della Baronia di Carapelle.

    Perché così? C'è una ragione funzionale legata alla pastorizia: il piano terra era lo stallaggio (per ovini e muli); il primo piano era cantina e magazzino (per i formaggi, la lana, le provviste); i piani superiori erano le abitazioni; il piano alto con il tetto a falde era usato per essiccare le erbe, la lana e i salumi. Una casa verticale è un'economia domestica pastorale completa, compressa in pochi metri quadri di terra.

    Santa Maria delle Grazie: il convento che parla di lana

    Il vero gioiello di Calascio è un edificio che quasi nessuno ti segnala: il Convento di Santa Maria delle Grazie, fondato nel 1594 dai Francescani e oggi gestito dai padri Gesuiti come casa di spiritualità.

    Perché è importante? Perché è la prova di pietra della ricchezza della Baronia di Carapelle al suo apogeo. Nel 1594 — l'anno della fondazione — la Baronia era da pochi anni passata ai Medici, e il commercio della lana carapellese stava facendo fortune. Le famiglie del borgo, arricchite dalla transumanza, finanziarono un complesso conventuale con chiesa a facciata a portico a tre archi, rosone centrale, chiostro su due livelli con affreschi, refettorio con boiserie, celle con soffitti a crociera, cappella sotterranea.

    Oggi il convento è aperto al pubblico, si può cenare al refettorio su prenotazione per gruppi, e offre ospitalità per soggiorni spirituali. Tel. 0862 930154.

    I Grottoni di Calascio: ottantamila anni di pastorizia

    A poca distanza dal borgo ci sono i Grottoni di Calascio, un sito archeologico dove è stata rinvenuta una testa di femore neandertaliana datata a circa 80.000 anni fa. È la più antica attestazione di presenza di uomo di Neanderthal in Abruzzo.

    Significa che questa montagna — il versante meridionale del Gran Sasso, sopra cui oggi sale il Tratturo Magno — è stata abitata da uomini stagionalmente in cerca di selvaggina (e poi, molto più tardi, in cerca di pascoli) per ottantamila anni ininterrotti. Il tratturo è un percorso recente, nel grande piano della storia: la vera "strada delle pecore" qui è preistorica.

    Sulla strada: 8 chilometri che cambiano prospettiva

    Da Calascio a Castelvecchio Calvisio sono appena 8 km, 15 minuti lungo la SP8 verso sud-est. La strada scende dolcemente, attraversa campi di cicerchia e terreni incolti, e a un certo punto — prima di entrare in paese — ti offre uno dei colpi d'occhio più singolari dell'itinerario. Fermati sul ciglio, guarda a destra: il borgo ti appare come una forma ovale, stretta, raccolta su un poggio calcareo, con le case che si attaccano tutte insieme a formare un perimetro chiuso. Non è l'impressione soggettiva: Castelvecchio Calvisio è davvero così, un guscio di tartaruga visto dall'alto.

    Un borgo che è una macchina di difesa

    Castelvecchio Calvisio è a 1.045 metri di quota, sul versante meridionale del Gran Sasso, affacciato sulla Valle del Tirino. Ha circa 100 abitanti. È un Borgo più bello d'Italia. Ma la sua vera caratteristica — quella che lo rende unico in Italia — è la pianta.

    Il borgo ha una pianta ellittica perfetta, che segue la morfologia del colle. Ma al suo interno, le strade seguono uno schema ortogonale di tipo cardo-decumano romano. L'impianto urbano è molto antico, probabilmente risalente a un castrum romano del IV-V secolo, quando la zona era attraversata dalla via Claudia Nova — la stessa strada che sovrappose il tracciato al Tratturo Magno.

    Il borgo è pensato come una macchina di difesa: le case lungo il perimetro sono case-mura, le loro pareti esterne formano la cinta difensiva senza soluzione di continuità. Lungo il perimetro, piccoli corpi aggettanti sono in realtà torri di guardia per il "tiro di fiancheggiamento". Le porte di accesso storicamente sono solo due, con un terzo punto protetto da un fossato e ponte levatoio.

    Il motivo? I briganti, i razziatori di bestiame, i predoni transumanti. Castelvecchio era un centro pastorale sulla rotta del Tratturo Magno: aveva migliaia di capi di bestiame e lana stoccata. Era un bersaglio ricco.

    Gli archi e i barbacani: l'architettura dei pastori

    Entrando dalla Porta di Torre Maggiore, la prima cosa che noti è che la strada principale è coperta da archi. In origine formavano quasi una galleria continua, un portico lungo tutto l'asse del borgo. A cosa serviva? A rendere praticabile il paese anche con la neve alta in inverno, e a collegare i piani superiori delle case tra loro in caso di assedio.

    Il secondo dettaglio sono le scale esterne in pietra, ripide, che salgono dai vicoli verso i piani superiori. Sono scale ad arco su barbacani — scale appoggiate a mensole di pietra sporgenti dai muri. Si rastremano alla base proprio per non bloccare il traffico zootecnico: gli animali da soma (muli, asini, pecore) dovevano poter passare sotto.

    L'architettura di Castelvecchio è stata progettata per le pecore. Letteralmente. Se non passano le pecore sotto la scala, il borgo non funziona.

    San Giovanni Battista: la chiesa dell'oro pastorale

    Nel cuore dell'ellisse, tra i vicoli, trovi la Chiesa di San Giovanni Battista. Non nasce come chiesa, ma come palazzetto fortificato sulle mura. Nel XV secolo viene trasformato in luogo di culto. Oggi è a due navate, con un campanile a vela dalle cinque aperture.

    Dentro, il pezzo forte è l'altare maggiore barocco del Seicento: un'imponente macchina lignea ricoperta interamente di foglia d'oro, che celebra la leggenda della nascita del paese — la fusione delle quattro Ville medievali dedicate rispettivamente a San Lorenzo, San Martino, San Giovanni e San Cipriano.

    La chiesa non ha orari fissi di apertura. Si visita chiamando il signor Antonio al numero affisso sulla porta, un anziano del paese che custodisce le chiavi e che si trasforma in guida volontaria, raccontando storie di anziani, memorie del borgo, aneddoti sulla transumanza che ha conosciuto da bambino.

    L'Adonis vernalis e la cicerchia

    Due curiosità per chiudere il racconto.

    L'Adonis vernalis — Nel 1993, durante un'escursione del WWF con i botanici dell'Università dell'Aquila, è stato rinvenuto un campo fiorito di Adonis vernalis, una pianta dai fiori gialli brillanti che si riteneva estinta in tutto il territorio italiano. Da allora ogni anno, a fine aprile-primi di maggio, il campo rifiorisce. È una perla del Parco Nazionale del Gran Sasso, e un motivo in più per visitare Castelvecchio in primavera.

    La cicerchia — Legume antico, a metà strada tra il cece e la lenticchia, coltivato storicamente in tutto il borgo. Era il "legume dei poveri", ma oggi è considerato una rarità gourmet. La Sagra della Cicerchia si tiene la seconda domenica di agosto.

    Perché Castel del Monte è diverso da tutti gli altri

    Hai appena visitato cinque borghi del tratturo. Ma Castel del Monte è la capitale. Non è un'etichetta turistica: è un fatto storico riconosciuto ufficialmente dalle Poste Italiane, che nel 2004 gli hanno dedicato un francobollo celebrando "Castel del Monte, simbolo della transumanza". È a questo paese che, fin dall'alba del sistema, confluiva il maggior numero di pastori e di capi di bestiame di tutto l'aquilano.

    I numeri raccontano meglio di qualsiasi aggettivo. Dopo l'unità d'Italia, il patrimonio ovino collettivo di Castel del Monte superava i 50.000 capi. Pensa al paese come a una macchina industriale pastorale.

    Qui i pastori erano così tanti, e per così tanti mesi all'anno lontani da casa, che ancora oggi il dialetto parlato dagli uomini anziani del borgo ha inflessioni pugliesi: è l'eredità di otto mesi all'anno, per generazioni, passati al Tavoliere delle Puglie con le greggi. Un'intera comunità che parla "un po' pugliese" pur vivendo a 1.345 metri sul Gran Sasso.

    Il Ricetto e i muri decorati

    La parte più antica del borgo si chiama il Ricetto: un antico castello di forma arrotondata (quasi circolare) che nei secoli delle incursioni barbariche ospitava i pastori in fuga con i loro armenti. Le case stesse formano la cinta. La pianta circolare del Ricetto è organica, cresciuta per strati, con cortili interni comuni dove convergevano le pecore quando c'era allarme.

    Passeggiando noterai qualcosa di nuovo: le case sono letteralmente decorate. Sui muri ci sono affreschi e mosaici moderni realizzati dagli studenti dell'Accademia di Belle Arti dell'Aquila, che raffigurano scene di vita pastorale, streghe, telai, pecore, tratturi.

    Il Museo Civico diffuso "In Castello"

    Nel cuore del Ricetto si apre il Museo Civico "In Castello", un museo diffuso tra cinque ambienti storici del borgo:

    1. La Casa Antica — abitazione contadina dell'Ottocento.
    2. L'Arte della Lana — telai, filatoi, conocchie, arcolai.
    3. Il Forno del Ballo — l'antico forno di comunità. Si chiamava "del Ballo" perché, durante gli otto mesi di assenza degli uomini in transumanza, le donne si riunivano lì per cuocere, ma anche per cantare e ballare. Era il centro della vita femminile del borgo.
    4. La Pastorizia — il cuore del museo. Attrezzi per la produzione della lana e del formaggio, cestini in vimini (i "canestri" da cui prende nome il canestrato).
    5. Il Lavoro dei Campi — aratri, falci, attrezzi per la mietitura.

    La visita guidata si prenota presso la Cooperativa In Castello (tel. 334 9525851). Durata del percorso: circa 90 minuti. Biglietto intorno ai 5 euro.

    Santa Maria del Suffragio: l'altare dei pastori

    Fuori dalle mura del Ricetto svetta la Chiesa di Santa Maria del Suffragio (XV secolo). Dall'esterno sembra una chiesa di montagna semplice. Dentro, invece, ti ferma il respiro.

    Il pezzo forte è l'altare maggiore ligneo barocco: 12 metri di altezza, 5 di larghezza, 3 di profondità, interamente scolpito e ricoperto di foglia d'oro. In cima, una statua "a conocchia" della Madonna che in origine indossava il costume tradizionale del paese.

    Il gigantismo dell'altare in un borgo di montagna così remoto si spiega: la Confraternita di Santa Maria del Suffragio riuniva storicamente i più importanti armentari (pastori proprietari di greggi) del paese. La chiesa era il loro trofeo.

    Sull'altare laterale di San Giovanni Battista c'è una pala attribuita al pittore fiorentino Bernardino di Lorenzo, donata alla chiesa dal principe Francesco Maria de' Medici nel 1585.

    Il canestrato: Presidio Slow Food della transumanza

    Il Canestrato di Castel del Monte è Presidio Slow Food, chiamato anche il "pecorino della transumanza".

    Latte: solo ovino crudo di razze locali, in particolare Sopravvissana e Gentile di Puglia — la seconda è la razza che i pastori portavano con sé in Puglia, a testimonianza diretta del legame transumante.

    Il canestro: il formaggio prende il nome dal cestino di giunco intrecciato in cui viene messo in forma. La crosta prende l'impronta del canestro — caratteristica inconfondibile.

    Stagionatura: da 2 mesi (dolce) fino a oltre 12-15 mesi (piccante, cremoso). Dove comprarlo: Azienda Agricola Alessandro Pelini, Piazzale del Lago — Pelini è il pastore-casaro più noto del paese, quello che organizza anche le esperienze di transumanza da Castel del Monte a Campo Imperatore. Aperto tutti i giorni 9:30-19:00. Tel. 328 558 6089.

    La Notte delle Streghe: 17 agosto

    Il 17 agosto, ogni anno dal 1996, Castel del Monte diventa palcoscenico della Notte delle Streghe — uno spettacolo teatrale itinerante che mette in scena un antichissimo rito di esorcismo che si è praticato in paese fino agli anni '50 del Novecento.

    A Castel del Monte, per secoli, si credette che quando un bambino si ammalava senza ragione apparente, la causa fosse una strega (janara, in dialetto) che entrava nelle case attraverso la serratura. L'ultimo rimedio era il rito dei sette sporti: il bambino veniva vegliato per nove notti; al termine, la madrina di battesimo guidava una muta processione notturna di donne che doveva attraversare sette "sporti" (gli archi sotto le case); arrivate a un crocevia, battevano con mazze di legno i panni del bambino per scacciare il maleficio, e poi li bruciavano.

    Lo spettacolo contemporaneo ricrea tutto questo: le processioni, i canti antichi, i lumi, le streghe che volano, i fuochi sui crocevia. Una delle esperienze culturali più forti della regione. La manifestazione è gratuita ma richiede arrivare presto.

    Sulla strada: giù verso la Piana

    Da Castel del Monte a Navelli sono 26 km, circa 40 minuti. Si scende dalla SP17 verso la piana, e a un certo punto il Gran Sasso si fa più lontano alle spalle e davanti si apre — spettacolare — l'Altopiano di Navelli. È una delle piane più vaste dell'Appennino interno: 25 km di lunghezza, 3 km di larghezza.

    Questo altopiano è il cuore geografico del nostro itinerario. È qui che passa davvero il Tratturo Magno, nella sua forma più pura. Negli ultimi 5 chilometri prima di Navelli — se arrivi tra metà ottobre e metà novembre — scoprirai qualcosa di diverso: i campi viola. È la fioritura dello zafferano.

    Navelli appare in alto, sul colle, a 760 metri di quota: una piramide di case di pietra dorata.

    Il tratturo che diventa zafferano: la leggenda Santucci

    Un tratturo non produce zafferano di suo. L'altopiano è pastorale da millenni. Allora come è nata questa coltivazione così preziosa in questo posto?

    Fu un frate domenicano della famiglia Santucci di Navelli a portare i bulbi di zafferano dalla Spagna — dove faceva parte del tribunale del Sinodo di Toledo (intorno al 1230) durante l'istituzione dell'Inquisizione. Il monaco si innamorò della piccola pianta e pensò che la sua Piana di Navelli potesse essere un habitat ancora migliore della Spagna.

    Aveva ragione. La carsicità del terreno e il clima specifico hanno prodotto uno zafferano di qualità superiore a quello spagnolo. Nel 1317, un diploma di Re Roberto d'Angiò documenta già il commercio con Milano, Venezia, Francoforte, Marsiglia, Vienna, Norimberga e Augusta.

    Il tratturo entra in questa storia in modo fondamentale: erano i pastori transumanti che durante il loro viaggio al Tavoliere trasportavano lo zafferano e lo vendevano nelle fiere di Puglia. Per secoli, il viaggio della lana e il viaggio dell'oro rosso sono stati lo stesso viaggio.

    Come si coltiva l'oro rosso

    I bulbi — circa 600.000 per ettaro — vengono piantati in agosto. A metà ottobre avviene il miracolo: da un giorno all'altro — letteralmente in una notte — i campi si riempiono di fiori viola. Ogni fiore contiene tre filamenti rossi (gli "stimmi"): quelli sono lo zafferano.

    La raccolta si fa a mano, prima dell'alba. Le famiglie di coltivatori — circa 25 in tutta la Piana — raccolgono i fiori uno a uno, li portano a casa, aprono i petali ed estraggono i tre stimmi con le dita, poi li tostano lentamente su un setaccio di crine.

    Il numero finale è sbalorditivo: per produrre un chilo di zafferano servono 200.000 fiori. La produzione annua dell'intera Piana di Navelli è di circa 40 chili in totale. Il marchio DOP è stato riconosciuto il 4 febbraio 2005. Un grammo di Zafferano dell'Aquila DOP costa 30-40 euro.

    Il borgo e i palazzi dello zafferano

    Navelli ti colpisce per la luce: le case sono in pietra calcarea chiara che al mattino sembra d'oro. La scalinata principale è una lunga rampa ripida che sale dal basso verso la parte alta del paese.

    Attorno, palazzi nobiliari ingentiliti dal XVI secolo con i guadagni dello zafferano: Palazzo Santucci (la famiglia del frate domenicano!), Palazzo Piccioli, Palazzo Mancini-Marchi-Piccioli, Palazzo De Roccis detto "del Milionario" per i pavimenti a mosaico.

    Nella parte più antica, cerca le "pilucce": tre vasche circolari scavate nella pietra che servivano da mangiatoia per gli asini al ritorno dai campi.

    Nota di trasparenza: Navelli è ancora un cantiere dopo il terremoto del 2009. La ricostruzione prosegue lentamente. È un borgo in divenire, non un borgo finito.

    L'Oratorio di San Pellegrino a Bominaco

    A 6 chilometri da Navelli, nella frazione di Bominaco, c'è uno dei tesori medievali meno conosciuti d'Italia: l'Oratorio di San Pellegrino, detto "la Cappella Sistina d'Abruzzo".

    È una piccola chiesa del XII-XIII secolo, dall'esterno modestissima. Ma all'interno: le pareti sono interamente ricoperte di affreschi del XIII secolo, perfettamente conservati. Uno dei calendari liturgici più antichi d'Italia illustrati a parete. 4.9 stelle su oltre 1.200 recensioni.

    Aperto 9:00-11:30 e 15:00-17:30, chiuso martedì. Arrivare presto perché le guide finiscono il turno.

    Peltuinum: chiudendo il cerchio con Santo Stefano

    A 12 km da Navelli, in territorio di Prata d'Ansidonia, c'è il sito archeologico di Peltuinum: un'antica città vestino-romana. La via Claudia Nova — la grande arteria romana di queste montagne — attraversava Peltuinum, e ricalcava il tracciato del Tratturo Magno.

    Ricordi Sextantio, l'antico nome di Santo Stefano di Sessanio (Tappa 2)? "Sextantio" significava "a sei miglia" — e la distanza si calcolava esattamente da Peltuinum. Chiude qui il cerchio geografico aperto all'inizio del tuo viaggio. Due millenni di traffici sullo stesso selciato.

    Sulla strada: la discesa finale

    Da Navelli a Capestrano sono 19 km, circa 25 minuti. Quando arrivi a Capestrano, sei a 474 metri di altitudine: hai perso quasi 1.700 metri di quota dall'inizio del viaggio a Campo Imperatore. Per la prima volta dopo sette tappe, respiri aria calda.

    Capestrano non è un nome qualunque. Deriva dal latino "Caput trium amnium" — "a capo delle tre sorgenti". Le tre sorgenti del fiume Tirino: Il Lago, Presciano, Capo d'Acqua. Da qui nasce uno dei fiumi più puliti d'Europa, con temperatura costante di 11°C tutto l'anno.

    Il paese è letteralmente costruito sopra le sue sorgenti. Quando cammini nel centro storico senti, a tratti, lo scroscio dell'acqua che arriva da sotto le case.

    Il Guerriero di Capestrano: il re di pietra che chiude il cerchio

    Il 28 settembre 1934, in località Foscapano, il contadino Michele Castagna stava dissodando il suo vigneto con un bidente. Il suo attrezzo cozzò contro qualcosa di duro, e Castagna si trovò davanti un torso maschile scolpito in pietra calcarea. Scavò ancora. Trovò un disco di pietra enorme (il copricapo), la parte inferiore della statua, e accanto un torso femminile acefalo — quella che gli archeologi chiameranno "La Dama di Capestrano". Castagna la soprannominò, bonariamente, "lu mammocce" — "il bambolotto".

    Quella statua è del VI secolo a.C.2.600 anni fa. Alta 2,09 metri, larga 135 cm alle spalle, rappresenta un re-guerriero del popolo dei Vestini. L'iscrizione sul pilastrino destro, in lingua osca sud-picena, decifrata dal prof. Adriano La Regina, si traduce così: "ME BELLA IMMAGINE FECE ANINIS PER IL RE NEVIO POMPULEDIO".

    Un'ipotesi del National Geographic suggerisce che Nevio Pompuledio potrebbe essere addirittura Numa Pompilio, il mitico secondo re di Roma. Oggi il Guerriero è il simbolo dell'Abruzzo e campeggia nello stemma della Regione.

    Il Castello Piccolomini

    Il castello di Capestrano è la fortezza della famiglia Piccolomini, gli stessi che avevano la Rocca Calascio (Tappa 3). Ricostruito dopo il terremoto del 1456, fu residenza dei Piccolomini Todeschini dal XV al XVIII secolo.

    Visitare il castello è gratuito. Dentro trovi: un piccolo ma denso Museo Militare, la copia del Guerriero di Capestrano nell'atrio, salite al camminamento superiore per un panorama a 360° sulla Piana di Navelli, la Valle del Tirino, il Gran Sasso, la Maiella. 4.5 stelle con oltre 1.130 recensioni.

    Il fiume Tirino: navigare in acqua trasparente

    A 2 km dal centro, in località Presciano, si trovano le Fonti del Tirino, con un lavatoio del 1797. L'acqua è cristallina, potabile, fredda (11°C).

    Da qui parte una delle esperienze più memorabili dell'intero itinerario: la navigazione in canoa sul Tirino. Organizzata dalla cooperativa Il Bosso (info@ilbosso.com), la discesa parte dalle sorgenti e arriva fino a Bussi sul Tirino (circa 6 km, 2 ore). L'acqua è così limpida che sembra di fluttuare nell'aria: si vede perfettamente il fondale, le trote, i ciuffi di sedano d'acqua. Il fiume nasce da un percorso sotterraneo di 40 km all'interno del Gran Sasso. Stagione maggio-ottobre.

    L'Atlantide d'Abruzzo e il Quadrato Magico

    Deviazione di 3 km: il Lago di Capo d'Acqua. Prima del 1965 in fondo alla vallata c'erano un antico mulino e un colorificio. La diga li sommerse. Oggi i due mulini sommersi sono meta di immersioni subacquee. Temperatura costante 10°C, visibilità eccezionale. È "l'Atlantide d'Abruzzo".

    A pochi chilometri, l'Abbazia di San Pietro ad Oratorium — fondata nel 752 d.C. dal re longobardo Desiderio. Sulla facciata c'è un blocco di pietra con il Quadrato Magico del Sator: cinque parole di quattro lettere che si leggono palindrome in ogni direzione. Un simbolo magico-protettivo proto-cristiano.

    Il Forno d'Abruzzo: il grande Montepulciano

    Capestrano è porta d'ingresso al Forno d'Abruzzo, la zona vitivinicola più celebrata del territorio aquilano. Tra Ofena (6 km da Capestrano) e Capestrano, un altopiano a forma di anfiteatro ospita vigneti di Montepulciano d'Abruzzo, Trebbiano, Pecorino.

    Il microclima mediterraneo — temperature estive torride, suoli asciutti e pietrosi — produce vini concentrati, potenti, di grande eleganza. I produttori di riferimento: Cataldi Madonna (Luigi Cataldi Madonna, "il professore" dell'enologia abruzzese), Valle Reale con la sua Vigna di Capestrano di 23 ettari, Cantina Valle Tritana con la linea Aufinum.

    Se hai tempo, dedica mezza giornata alle cantine. Sono a pochi minuti da Capestrano e rappresentano la controparte vitivinicola del tratturo pastorale che hai percorso.

    Geograficamente, il Tratturo Magno prosegue oltre Capestrano: passa per Bussi sul Tirino, entra in provincia di Pescara, poi in Molise, e infine raggiunge Foggia e il Tavoliere. Ma il tratto abruzzese "forte", quello culturalmente identitario, finisce qui.

    Davanti alla copia del Guerriero, al piano terra del Castello Piccolomini, cerca di fermarti cinque minuti. Hai appena fatto un viaggio di 95 km e 27 secoli di storia insieme. Sei partito da Campo Imperatore a 2.130 metri, dove le pecore salgono ancora oggi. Sei sceso a Santo Stefano di Sessanio, dove la lana divenne ricchezza Medicea. Hai guardato Rocca Calascio — la sentinella dei pastori. Hai attraversato Calascio — il paese del "dopo". Sei entrato nell'ellisse di Castelvecchio Calvisio, la città-fortezza. Sei arrivato a Castel del Monte, la capitale del canestrato e delle streghe. Hai visto i campi viola dello zafferano di Navelli. E ora sei qui, davanti a un re di pietra di 2.600 anni fa.

    Il Guerriero non racconta la transumanza — la precede. Esisteva qui, in quel punto esatto, due millenni prima che la parola "tratturo" fosse inventata. Eppure i Vestini che lo scolpirono erano già pastori transumanti: portavano le pecore dagli stessi altopiani del Gran Sasso alle pianure pugliesi, seguendo le stesse rotte che sarebbero poi diventate i tratturi medievali.

    Questa è la transumanza: non una "tradizione" — una continuità. Il Tratturo Magno ti aspetta ogni giugno, quando le pecore tornano a salire.

    Punti di interesse
    Punti di Interesse
    Dove Mangiare
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    Spot Fotografici
    Indicazioni stradali da L'Aquila, AQ a L'Aquila, AQ

    Destinazione

    Location

    Tipologia

    Tipologia Vacanza